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Non v'e' dubbio che i menu' offerti dalle trattoria e dai ristoranti di
Muggia raggiungano ottimi livelli di
varietà e qualità, presentando
portate le cui ricette sono riconducibili alla tradizione istriana,
talvolta dalmata, veneziana e triestina.
In tale contesto appare difficile ritrovare una tradizione gastronomica
esclusivamente muggesana, ovvero individuare un piatto tipico nel quale
tale tradizione si riconosca in modo inequivocabile.
Non e' infatti possibile legare il nome di Muggia, citta' di mare, per
esempio ad un particolare modo di cuocere il pesce, oppure accomunarlo
ad un particolare tipo di dolce o ad una minestra.
Sulla tradizione gastronomica, o meglio culinaria, ci viene in aiuto, in
qualche modo, Jacopo Cavalli con le sue Reliquie ladine raccogli a
Muggia d'lstria.
L'opera costituisce anche un'inaspettata fonte iconografica su usi,
abitudini e tradizioni degli antichi "muglisani", non escluse quelle di
natura alimentare, siano esse quotidiane o legate a particolari
ricorrenze.
Considerato che l'opera del Cavalli ando' alle stampe nel 1893, che le
persone all'epoca intervistate contavano ottanta e piu' anni, che infine
il tipo di vita non subi' significative mutazioni sino alla fine della
prima guerra mondiale, e' ragionevole ritenere che le testimonianze
trascritte dal Cavalli, nella loro generale e complessiva immutabilità,
siano riconducibili ad epoche piu' remote di almeno due-trecento anni
rispetto al momento in cui le stesse sono state raccolte.
Le abitudini alimentari dei nostri progenitori appaiono piuttosto
spartane, legate quasi esclusivamente alle risorse della terra e del
mare e quindi a prodotti prettamente locali. Prima di entrare nel
dettaglio delle notizie tramandateci dal Cavalli appare utile una
digressione che puo' darci un'indicazione sommaria del contesto sociale
al quale tale testimonianza puo' essere ricondotta, ancorché bisognosa,
sotto tanti aspetti, di evidenti approfondimenti.
Nella seconda meta' del 1700 la Repubblica di Venezia, attraverso le sue
strutture periferiche, attuò per i suoi territori un'indagine anagrafica
tesa al censimento della popolazione, delle attivita', ecc. dalla quale
risulta che il territorio di Muggia si estendeva per 28,76 kmq e contava
una popolazione di 1190 abitanti corrispondente ad una densita del
41,37% (quale dato di raffronto si consideri che nel 1992 i rispettivi
dati sono 13,50 kmq, 13171 abitanti, densita' del 975,62%) suddivisa in
597 femmine, 35 maschi di eta' superiore ai 60 anni, 365 maschi di eta'
compresa tra i 14 e 60 anni e 132 maschi di eta' inferiore ai 14 anni.
Per quanto riguarda le attività 9 abitanti esercitavano una professione
o arte libera, 7 figurano come "bottegheri", 10 come artigiani e
manifatturieri, 1 armaiolo, 297 lavoranti in campagna e, strano a dirsi,
nessun pescatore o marinaio o esercente un'attività legata in qualche
modo al mare ne' alla coltura delle saline che pure erano presenti.
Per quanto riguarda gli animali risultano censiti 68 bovini da giogo, 17
cavalli, 2 muli, 133 somarelli, 135 pecore. Per quanto riguarda infine
gli opifici vengono censiti 3 telai da tela e 5 macine da olio e torchi.
Ne risulta quindi un quadro generate basato su attività essenzialmente
agricolo-pastorali che provvedono a fornire quanto necessario alla
popolazione, benche' nel contesto si inseriscono attività collaterali
evidentemente insufficienti ad aprire, ad esempio, a significativi e
liberi scambi commerciali con territori limitrofi. Tale situazione e'
destinata a restare sostanzialmente immutata sino all'avvio, nella
seconda meta del 1800, delle attivita' legate alla cantieristica navale.
La testimonianza che Antonia Nigrisin (o Negrisin) detta "bagatina", che
all'epoca dell'intervista del Cavalli aveva ottantaquattro anni, sui
tipi di cibi che venivano usualmente confezionati per i pasti
giornalieri, ci riconduce, tutto sommato, al quadro sociale che traspare
dall'indagine della Serenissima.
I pasti giornalieri erano fondamentalmente tre: la merenda al mattino,
il pranzo a mezzogiorno, la cena alla sera. Il pasto del mattino non era
a base di caffelatte e brioche, ne' potremmo immaginare che lo fosse;
lungi da noi tuttavia pensare che potesse essere a base "de polenta e
sardoni salai" La testimonianza resa dalla Negrisn, infatti, recita piu
o meno cosi':
"la matina, per marenda noialtri magnemo polenta e sardoni salai, in
una foia de panocia metemo un pochi de sardoni salai e la posemo sora
le, bronse, co'i xe caldi Ii magnemo tociando la polenta."
Non c'e' peraltro l'indicazione se tale uso fosse generalizzato, se
fosse limitato ad un certo periodo dell'anno (ci viene spontaneo pensare
all'inverno piuttosto che all'estate), quale ora del mattino, infine,
fosse quella in cui veniva consumata la merenda.
Il pranzo e la cena erano sostanzialmente costituiti da piatti unici:
minestra di fagioli e cappucci dolci, pesce fritto e polenta, farinata (zuf),
zucca lessata, rape acide e rape lessate.
Per quanto riguarda il pranzo la Negrisin piu' che la descrizione delle
pietanze ci propone quasi le loro ricette. Racconta infatti:
"per disnar se meti in una pignata quatro fasoi e in t'un'altra i
capusi; se li fa boir che i sia ben coti slongando co'un poco de aqua se
ocori. Quando i xe ben coti non se li scola, se ciol i capusi e se Ii
svoda dentro e se fa mesalana; po'se ciol un punto de farina giala e se
la buta dentro che no sia tropo brou', cusi se intorbidisi, diventa un
poco piu' denso e sasia de piu'. Per condir la minestra se fa un
disfrito: se meti un poco de oio in un fersorin con un poco de sivola,
de poro o de aio e un fregul de pan; de disfrizi e se buta in te la
minestra. Se zonta sal e se serca se xe bastanza sala'."
Aggiunge che qualche volta facevano anche la "sbroada", (un piatto a
base di verze inacidite):
"se meti le foie dele verze in t'un paiol de aqua sbrovente e se
lasa che daghi un boio. Po se le cava fora e se le meti in t'un mastel
co'un poco de lievito: col tempo le diventa garbe come i capusi.
Se se vol, se le condisi col pesto, che se prepara tasando insieme lardo
aio e presemolo, e se boie un poco tuto asieme che ciapi gusto. Per zena
se magna pese frito e polenta, conpagnando con aqua e asedo perche' el
vin, quel poco che qualche volta femo, bisogna venderlo per far lavorar
la canpagna e per poder pagar la steura.
Qualche volta sefa anca el zuf: se meti prima l'aqua in t'una pignata de
teracota e se lafa ben boir.
Se magna anca la suca. Se ciol una suca fresca, se ghe neta la madrisa e
le fiepe e po se la meti a boir in t'unapignata de teracota per un
quarto de ora, no de piu'.
Se condisi co'un po'de oio: la magnemo e stemo ben (nel senso che si
sentivano sazi !) Po gavemo le, rave, le rave gralade o anca intiere.
Se le meti in t'un bigoncio o, se ghe ne xe tante, in t'un cavecio; se
meti dentro un poco de lievito e se coversi coi pesi: se meti prima le
tole e de sora le tole le piere che tegni fracade le rave. Le rave se
magna lese o cote soto la senere calda."
Dobbiamo ritenere che lo spaccato di quotidiano reso dalla Negrisn,
estensibile verosimilmente alla maggior parte dei muggesani dell'epoca,
sia parziale ed indicativo circa la varieta' delle pietanze qualora
rapportato alle possibilita' offerte dai prodotti dell'orto e della
campagna, a quelli derivanti dall'allevamento del bestiame, a quelli
offerti dal mare, ecc.
Sia la descrizione dei cibi che la loro suddivisione nell'arco della
giornata ci porta ad un mondo che stentiamo a riconoscere come
appartenente ad una "nostra" tradizione di abitudini quotidiane: di esse
obiettivamente e' rimasto ben poco.
Discorso diverso invece se leghiamo cibi o dolci a feste e ricorrenze
che, benché con sfumature e significati un po'mutati, si sono tramandate
sino a noi. Tra queste la tradizione annovera come principale quella
legata al Natale.
Il menù della vigilia, e' a base di "bacala' sbatu'" (baccala' in bianco
o mantecato), "brodeto de bisato e sardoni salai in sivoleta"; per dolce
le immancabili "fritole" natalizie con "pinoi e zibibe".
I "sardoni salai" venivano naturalmente preparati in casa, secondo un
procedimento tanto semplice quanto antico, nei mesi di luglio-agosto.
I sardoni interi, puliti dalle interiora e ben lavati, venivano adagiati
in un contenitore di legno o di terracotta sul cui fondo veniva steso un
primo strato di sale grosso marino; quindi i sardoni disposti "a testa
coda" venivano coperti di sale sul quale si disponeva un secondo strato
di sardoni posti trasversalmente al primo; quindi altro sale e altri
sardoni e cosi' via alternativamente a strati successivi sino a riempire
il contenitore; l'ultimo strato era, naturalmente di sale sul quale
veniva messa a mo' di coperchio una tavoletta di legno di foggia
adeguata al contenitore, zavorrata da un peso (di solito una grossa
pietra) tale da pressare ii contenuto del vaso.
Venivano preparati per tutto l'anno, ma gia' in settembre-ottobre erano
pronti per essere mangiati.
Infatti, tradizionalmente, costituivano il companatico per la merenda in
occasione della vendemmia.
Usanza voleva inoltre che finissero in piatto la vigilia di Natale,
quando bisognava mangiare di magro. Estratti dal contenitore nella
quantita' desiderata, venivano lavati con l'aceto, spinati, fatti
soffriggere nell'olio e quindi riversati sulla pasta, normalmente
spaghetti, lessata a parte.
Oppure preparati in "sivoleta", quale ottimo antipasto o come
secondo piatto, dopo essere stati lavati e spinati venivano conditi con
cipolla finemente tagliata e olio d'oliva e lasciati riposare un paio
d'ore affinche' il tutto si amalgamasse.
L'altro piatto tradizionale della vigilia di Natale veniva preparato con
il "bacala' sbatu'", baccala' (stoccafisso) che doveva essere
rigorosamente di qualità Ragno e andava acquistato secco; veniva messo
in ammollo d'acqua per circa due giorni, quindi veniva messo a cuocere
in altra acqua facendo attenzione a toglierlo dal fuoco prima che
prendesse el "boio".
Il baccala' quindi veniva pulito e spinato: piu' era attaccaticcio (tacadis)
tanto migliore era la sua qualita'. In una terrina con uno spicchio
d'aglio (fatto prima morire in una goccia d'olio) si cominciava a
sbattere (mantecare) a mano la polpa di baccala aggiungendo via via olio
d'oliva sino ad ottenere un impasto uniforme e omogeneo. L'aglio poteva,
a piacere, essere lasciato o levato aggiungendo, ben ben "tasado", il
prezzemolo.
Diamo di seguito alcune ricette.
fritole (Frittelle di Natale e di Carnevale)
ingredienti: 30 g lievito - 375 g latte circa - 2 uova - 40 g zucchero -
1 pizzico cannella - raschiatura limone - 300 g farina - 100 g rum - 30
g sultanina - 30 g uva passa - 30 g pignoli - olio.
Sminuzzare il lievito in una terrina e scioglierlo con un po'di latte
tiepido; mescolarlo poi assieme alle uova, zucchero, cannella e limone;
aggiungere farina, sale e ancora latte tiepido, fino ad avere una
pastella densa come crema scorrevole; sbattere l'impasto per 30 minuti,
poi incorporarvi il rum e tirare nella massa l'uva e i pignoli.
Riscaldare l'olio in padella e con un cucchiaio di metallo bagnato
d'acqua calda prendere la massa a cucchiaiate e friggere lentamente
nell'olio, coprendo la padella. Cosi, senza aspettare la lievitazione,
le frittelle non s'inzuppano d'olio.
gnocchi di susine (prugne)
L'impasto e' come per gli gnocchi di palate: 1 kg di palate lessate e
passate, impastate con 200 g di farina, un uovo e sale. Le susine
piuttosto piccole vanno lavate e liberate dal nocciolo; all'interno si
mette un cucchiaino di zucchero e si avvolge il frutto immediatamente
con la pasta preparata. Gli gnocchi vanno preparati e messi a bollire in
acqua salata man mano che vengono preparati, altrimenti il frutto
lascerebbe filtrare il sugo.
Quando gli gnocchi vengono a galla si lasciano bollire per un momento e
si tolgono subito dall'acqua con un ramaiolo, si pongono in una terrina
ove, di cottura in cottura verranno messi gli altri e verranno conditi
con burro fuso e pangrattato precedentemente rosolati.
La pietanza e' dolce e non sta male un po'di zucchero cosparso alla fine
sugli gnocchi.
pinza (pane dolce pasquale)
Le ricette sono varie e con diverse quantita' degli ingredienti.
Esempio: 1 kgfarina - g 200 zucchero - g 150 burro - 1 bicchiere, olio -
5 tuorli d'uovo - 50 g lievito - 30 g sale - aromi (rhum, buccia
d'arancio e di Limone)
I tuorli vanno mescolati bene con lo zucchero; il lievito va sciolto e
lasciato montare in poco latte con un po'di zucchero e farina; si
mescolano poi tutti gli ingredienti con la rimanente farina e si lavora
il tutto molto bene. Si fa una prima levatura con tutto l'impasto, poi
si formano dei pani per una seconda levatura.
Quando sono da infornare si pennella la superficie con uovo sbattuto, si
praticano tre tagli partendo dal centro verso l'estenio e si inforna
come si fa con il pane. |